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Scienziati, Tecnici, Falsi e Falsari
"Università degli Studi "La Sapienza" Sala Pietro da Cortona, Musei Capitolini
Fausto Maria Franchi
Roma, la nostra città, ha sempre racchiuso in se un patrimonio di conoscenze artigianali e artistiche straordinario. Nel settore orafo argentiero, tralasciando illustri nomi di orafi e di medaglisti, basta ricordare, ammirandola nella chiesa di S. Rocco a Lisbona, la cappella di San Giovanni voluta dal re Joo V nel 1742. Di forme rinascimentali, ricca di marmi e argenti, la cappella fu totalmente costruita a Roma per poi essere smembrata e ricomposta a Lisbona. Ha una arredo di candelieri e oggetti liturgici in argento, eseguiti da argentieri romani, di tutto rispetto anzi da far girare la testa! Ma il nostro vissuto prossimo, quello che ancora si tramanda nell'immaginario collettivo, quello della grande bottega dei Castellani. Commercianti e collezionisti di oggetti artistici antichi, ma principalmente orafi portatori di un proprio linguaggio stilistico che varc le soglie nazionali imponendosi in tutta Europa, i Castellani parteciparono attivamente alla vita politica della citt. Alessandro Castellani prese parte ai moti insurrezionali del 1848 contro il potere papalino con spirito rivoluzionario, tanto da trascorrere molti anni in prigione. Immaginario collettivo che ovviamente cresce e si trasforma in mito. Fu sempre per merito di un Castellani, Augusto, convinto dell'importanza di creare un'istituzione laica e pubblica per l'educazione artistica artigianale dei giovani, l'aver progettato, insieme al principe Baldassarre Ladislao Odescalchi, il Museo Artistico Industriale di Roma nel 1872. Ben accolto dal Comune di Roma e dal Ministero competente, con l'aiuto cospicuo di privati cittadini che contribuirono anche con importanti donazioni di oggetti d'arte, il 1 marzo del 1874 il Museo fu inaugurato nella sede dell'ex convento di San Lorenzo in Lucina. Nato per rispondere alle esigenze di artefatti artigianali di buona qualit e artisticamente consoni ai tempi della borghesia romana e per arginare la crescente importazione dei manufatti dai paesi stranieri - la Francia in primo - il Museo Artistico Industiale ebbe svariate e travag liate vicissitudini: chiusure temporanee, endemica mancanza di un valido sostegno economico, innumerevoli cambi di sede fino alla chiusura o se vogliamo alla trasformazione, a met degli anni '50, nell'Istituto Statale d'Arte. Il M.A.I., Museo Artistico Industriale, stato il padre culturale e fattivo di tutti noi. Io ho avuto la fortuna di esserne uno degli ultimi allievi nella sede di via Conte Verde. L'importanza del MAI nella sua concezione di Museo - Scuola. I giovani allievi potevano copiare, esercitarsi, disegnare, progettare nuove forme partendo dai molteplici e bellissimi esempi del passato; dalle ceramiche di Deruta ai frammenti di stoffe copte, dai vasi etruschi ai vetri di Murano. Tutto sotto gli occhi, tutto senza vizi di immagini alterate. Un Museo vivo che anima al fare, che sta non per essere attraversato di fretta, soffermandosi sui pezzi importanti solo perch di nome risonante, ma che faccia parte della crescita artistica della persona, questo attualissimo! Museo di Arti Applicate, Museo di Arti Decorative - o come si voglia chiamare - che a tutt'oggi manca a Roma! A supporto dell'insegnamento il M.A.I. possedeva un'importante biblioteca che, come i pezzi museali, fu negli anni smembrata, trafugata, abbandonata. In un andirivieni di sedi, di corsi ora serali ora diurni, di degrado e abbandono economico, negli anni il M.A.I. seppe mantenere sempre un alto grado d'insegnamento tanto da avere importanti commesse ministeriali. Il Museo ebbe come allievi, poi divenuti docenti, artisti del calibro di Duilio Cambellotti, Giuseppe Cellini, Adolfo De Carolis che innovarono la didattica trasferendo agli allievi la loro tecnica, la loro cultura, la loro passione. Ferruccio Palazzi, ceramista, Giovanni Michelucci, architetto, Giovanni Prini, scultore, Alberto Gerardi, maestro del ferro battuto, sono solo alcuni tra i nomi prestigiosi che si alternarono al M.A.I. a dimostrazione dell'importanza della scuola per le arti applicate. Roberto Papini, che ne fu il direttore per molti anni, nel programma scolastico dell'anno1932-34, a proposito dei criteri accademici da seguire, scrisse che l'insegnamento doveva essere ispirato alle "necessit e alle aspirazioni della vita attuale come esigono l'industria e il commercio modernamente intesi". Artisti quali Leoncillo, Francesco Trombadori, Pericle Fazzini, Luigi Bartolini furono collaboratori del M.A.I. dopo la seconda guerra mondiale. Negli ultimi decenni di vita quando il direttore era Alberto Gerardi e consulente Giulio Carlo Argan fu fondato il dipartimento di oreficeria sotto la guida di Orlando Orlandini, artista di grande sensibilit che seppe dare agli allievi le basi per una formazione creativa fonda ta su dei solidi sostegni tecnici. In quegli anni si formarono artisti come Ceroli, Mattiacci, Lorenzetti, i fratelli Tacchi Ricordo con amore e nostalgia gli anni di scuola vissuti in un Museo -Scuola cos consone per la mia formazione, anche se all'epoca gli oggetti del Museo, imballati e depositati in varie sedi dal tempo della guerra, erano ridotti notevolmente di numero. Via Conte Verde fu l'ultima sede del Museo Artistico Industriale. Le materie tecniche, l'apprendimento pratico del lavoro, si svolgevano in un enorme salone. Diverse situazioni ambientali suddividevano uno spazio, che pur rimanendo unico, dava la possibilit di svolgere le varie discipline. Mi ricordo che subito a destra dopo l'entrata c'era una saletta dove il prof. Novelli ci spiegava la teoria e non essendoci libri di testo ci dettava le varie regole e noi su dei quaderni mal curati e con poco piacere, lentamente trascrivevamo il suo sapere, interessati pi alla pratica che alla teoria. A sinistra del grande salone c'era uno spazio delimitato da pannelli dove gli allievi del sesto anno praticavano le tecniche di banchetto. Pi avanti il prof. Carini insegnava modellazione in cera e stampi in gesso; il prof Orlandini, direttore del dipartimento, aveva il suo tavolinetto in una posizione strategica dove poteva tener sotto controllo tutti e tutto. Gli alunni lavoravano nel grande salone senza nessuna formale divisione tra le classi. Eravamo circa 50-60 allievi, non c'era confusione. Si aveva quasi l'impressione di trovarci in un luogo sacro dove primeggiava il rispetto per le persone e per le cose. Orlando Orlandini non era un personaggio autoritario ma, da buon toscano, molto autorevole. Ricordo che era sempre vicino agli studenti e oltre correggere i disegni insistendo molto sull'equilibrio delle forme, sul gioco degli spazi, riusciva a sollecitare l'interesse e la fantasia di ognuno, facendo s che i progetti o le prove in metallo che via via sviluppavamo esprimessero le nostre personalit. La formazione scolastica dopo la riforma degli anni '50 con l'istituzione degli istituti d'Arte non riuscita assolutamente a dare agli allievi n un arte n un mestiere, almeno per la realt romana. Lo studente si diploma all'et di 18 anni senza una valida conoscenza delle tecniche n di una buona cultura artistica. So di macchinari moderni e costosi fermi e inutilizzati, vuoi per la mancanza di tecnici vuoi per incompetenza dei direttori. Fortunatamente a Roma abbiamo una piccola realt positiva, la Scuola dell'Arte della Medaglia della Zecca di Stato. L'accesso, previo un serio esame d'ammissione, consentito ai giovani italiani o stranieri in possesso di un diploma di scuola superiore. Rivolta ad una formazione medaglistica le tecniche di insegnamento spaziano dalla modellazione agli smalti a fuoco, dallo sbalzo al cesello all'incisione; ottimi i professori nominati dalla direzione stessa. Non esito, a mio giudizio, anche per aver avuto dei collaboratori provenienti da questa scuola, a giudicarla la pi formativa nel campo delle arti applicate. Pi volte si proposta l'idea della scuola bottega o di corsi obbligatori nei laboratori artigiani. L'idea base quella di creare una sinergia tra l'istruzione scolastica e i laboratori artigiani preposti e abilitati a completare l'insegnamento pratico. Le due identit dovrebbero formare un unico cantiere dove i giovani riceverebbero delle solide basi facilitandone l'inserimento nel mondo lavorativo. Per poche eccellenze di studenti il progetto potrebbe essere ottimo, ma com' possibile mettere in pratica un progetto del genere per una massa di migliaia di studenti? Dove sono i laboratori preposti? Dovrebbero nascere dei mega laboratori con a capo un maestro d'arte dove scuola, committenza, ricerca si mischiano in un unico fare. In pratica ritornare a qualcosa di simile della bottega rinascimentale. E' sostenibile oggigiorno? Non sarebbe auspicabile - l'esempio l'abbiamo da innumerevoli realt straniere - in luogo delle Accademie di Belle Arti, delle "Universit delle Arti" dove cultura, teoria e pratica camminino parallelamente? Dove le materie culturali, filosofia, italiano, lingua straniera ecc, non siano sottovalutate e dove il dipartimento di oreficeria o di ceramica sia al pari di quello di pittura o di scultura? Dove a dirigere i vari dipartimenti siano chiamati artisti affermati che diano agli studenti qualcosa di pi di un mero insegnamento? L'arte orafa una disciplina difficile, ricca di molteplici aspetti, che necessita di anni per un sua soddisfacente conoscenza. Molte sono le difficolt che l'orafo deve affrontare per sopravivere. Le regole del commercio e le pratiche amministrative non risparmiano le attivit artigianali cos molti orafi si limitano a realizzare scadenti modelli in cera, acquistati in fornitura, e a commercializzare oreficeria seriale industriale. Ma il patrimonio culturale di quest'arte che fine far? Diviso tra artigiani orafi che, per la maggior parte non conoscono a fondo il loro mestiere, e l'orafo artista che per ideologia abbandona l'uso dei metalli preziosi? Il travaglio dell'orafo artista lento e forse interminabile. Affonda le sue radici romane in quel Borghetto Flaminio che, negli anni dell'immediato dopoguerra, sotto la guida dell'architetto Galasso, riun un bel gruppo di artigiani e artisti consapevoli del ritardo che il fascismo e la guerra aveva arrecato alla ricerca artistica italiana. Vi operarono una serie di artisti collegati tra loro da un comune desiderio di sperimentare, di lavorare su forme e concetti nuovi, per progettare e insieme evadere commissioni di ogni genere. Rinnovando forme e concetti da quel laboratorio di ricerca uscirono tavoli, lampade, ceramiche e gioielli. L'esperienza non dur molto, mor non solo per incapacit manageriali e per difficolt di aggregazione, ma anche per motivi economici. Contemporaneamente una nuova realt si apriva a Roma: Mario Masenza, gioielliere di via del Corso ebbe il grande pregio di capire il momento idoneo e di attirare a s alcuni artisti del Borghetto, ingrandendo il gruppo e specializzandolo nel prodotto orafo-argentiero, conoscendone bene sia la richiesta che la commercializzazione. Afro, Cagli, Fazzini, Gerardi, Leoncillo, Cannilla, e man mano molti altri parteciparono a quella grande esperienza godendo della massima libert d'espressione limitata a volte dal desiderio di Masenza di impreziosire il gioiello per venire incontro alle esigenze della clientela. Gli artisti furono affiancati da raffinati tecnici, capaci di rapportarsi naturalmente con la loro creativit, quali Diderico Gherardi e i fratelli Fumanti. Diderico Gherardi, dotato di una bella sensibilit, fu uno dei primi artigiani romani a sperimentare nell'oreficeria alcune tecniche proprie della scultura. Fusione a cera persa, tassellatura per ottenere i modelli sotto squadro, ecc., mentre i fratelli Massimo e Danilo Fumanti, dopo una stretta collaborazione con Masenza, collaborarono direttamente con gli artisti diventando loro stessi editori. Desidero rilevare qui l'importanza e il peso sul piano culturale dell'operazione Masenza elencando cos come la mente li rammenta, salvo dimenticanze, gli artisti che fecero parte di questo meraviglioso cenacolo: i fratelli Dino, Mirko e Afro Basaldella, Alberto Gerardi, Leoncillo, Franco Cannilla, Giuseppe Caporossi, Pietro Consagra, Mario Mafai, Umberto Mastroianni, Nicola Carrino, Lorenzo Guerrini, Renato Guttuso, Nino Franchina, GiulioTurcato, Marcello Avenali, Gino Severini, Pietro Dorazio, Emilio Greco, Carlo Lorenzetti, Edgardo Mannucci, Giuseppe Uncini e Giuseppe Santomaso. Il secondo novecento artistico italiano quasi al completo! Quella vetrina rappresent una vera e propria rivoluzione nel settore e apr timidamente un nuovo spazio di pensiero ad alcuni artigiani interessati al rinnovamento dei canoni classici dell'oreficeria. Ricordo due candelieri in argento di Cannilla, li invidiavo, avrei voluto essere io l'autore. E quante volte durante le lezioni al M.A.I. si parlava di quei gioielli con il prof. Orlandini che si intratteneva volentieri sull'argome nto. Si discuteva allora su di una forma, sul perch di quella pietra e di quel metallo opaco, tanto diverso dagli oggetti d'oro lucido che rappresentavano la massa della produzione. Qual la situazione odierna nella produzione orafa e argentiera romana? C'e una realt romana vecchia di cinquecento anni dal nome altisonante, che forse, per, soffre proprio a causa della sua vetust: l'Universit e Nobil Collegio degli Orafi, Gioiellieri e Argentieri dell'Alma Citt di Roma. Cosa dire! Si interessa e custodisce il ricco archivio, e lo fa bene; programma di tanto in tanto conferenze, su cui non si pu dire nulla; organizza cene annuali invitando ospiti illustri, che ben vengano! Ma non risponde al suo scopo: l'aggregazione e la diffusione della cultura orafa. La maggior parte degli orafi romani non ne conosce neanche l'esistenza! La sua struttura oligarchica non ne ha mai favorito l'aggregazione, il coinvolgimento di giovani, l'apertura ad una vita sociale pi ampia. E' un auto accusa, la mia, perch anch'io ne faccio parte. Mi auguro vivamente che ben presto allarghi la sua rete e possa riprendere un ruolo attivo nel mondo orafo, ruolo che nei secoli ha svolto con nobilt e professionalit. In questi ultimi decenni c' stato un moltiplicarsi di piccole imprese. Molti giovani, spesso senza grandi esperienze e senza aver acquisito una adeguata professionalit si sono resi indipendenti. Ilmoltiplicarsi delle ditte artigiane, in questo settore, a mio avviso, non agevola la crescita professionale della categoria. Nella CNA capimmo ben presto la necessit di studiare delle situazioni dove lo sviluppo delle imprese partisse da una maggiore ricerca progettuale, dal confronto delle idee e da una maggiore conoscenza delle tecniche e dei materiali e progettammo "Desideri Preziosi", mostra a tema degli orafi e argentieri romani. Presentata alla CCIAA di Roma, fu da questa accettata e inserita fra le varie iniziative annuali della Camera. La manifestazione, sia per il tema che si diversifica ogni anno sia per i vari settori in cui si articola, offre ai partecipanti motivo di progettazione e di ricerca. Un confronto annuale tra gli artigiani orafi ormai divenuto una evento atteso. Stimolare la riflessione sull'importanza del gioiello, su cosa comporta la progettazione, il rapporto con il corpo, con la mano pensante che agisce sul metallo lo scopo ultimo della manifestazione. Arrivata alla XII edizione, quest'anno la mostra sar un omaggio alla poesia, in onore al settecentesimo anniversario della nascita di Francesco Petrarca. Coglier la sensibilit, il messaggio, il ritmo e il senso ultimo del racconto poetico sar il viaggio, obbligato ma attraente, che l'orafo percorrer in un mondo dove sensibilit e amore, purezza e natura, melanconia e dolore si fondono in un codice poetico, codice ricco di ispirazione per l'arte orafa. Il successo sempre crescente della mostra "Desideri Preziosi", il ruolo di coesione che suo malgrado ha assunto tra gli orafi romani, in particolar modo tra le giovani imprese, ci port a riflettere sul buco culturale e sociale che avvolge le botteghe orafe. La nascita del "Cenacolo dell'Oreficeria", associazione culturale per la diffusione della cultura e della tradizione orafa, nata all'interno del gruppo della CNA romana, fu la risposta a tali riflessioni. Accolta con entusiasmo da molti artigiani l'associazione vuol favorire un confronto di idee tra tecnica e forma, uno stare insieme, un discutere tra compagni del mestiere le tematiche ora tecniche ora culturali. Partendo dal territorio romano, cio da una realt di piccole imprese artigiane, il "Cenacolo dell'Oreficeria" cerca di tessere una rete di informazione, di comunicazione e soprattutto di conoscenze delle altre realt orafe italiane e straniere. Discutere e confrontarsi, senza presunzione e arroganza, ma con l'umilt di chi nel dibattimento ha sempre da imparare; discutere della forma e della sua costruzione; del bello e del suo significato; dell'armonia; della fuga di linee e pensieri; dei ripensamenti e dei loro perch; della creativit e di come esercitarla; ma principalmente del perch del nostro lavoro. Cosa significa oggi essere un orafo, un orafo-artista? Tutto questo o vorremmo che fosse il "Cenacolo dell'Oreficeria". "Credo che la missione dell'arte sia qualcosa di pi di quanto faccia un fioraio o la modista ?. Ed in omaggio a questo principio che ? costringo il mio intendimento nel breve spazio consentito dalla pagina dei libri ". Sono parole riportate da uno scritto del 1940 di Duilio Cambellotti, tuttora valide e, almeno da me, condivise. Sentire il bisogno di esprimersi in spazi limitati, come quelli di un monile non assolutamente n riduttivo n minore, rapportato alle altre arti, ma rappresenta un interesse peculiare in una delle forme di comunicazione, di messaggio, di emozione, di seduzione antica quanto la storia dell'umanit. Ricercare, progettare forme consone al proprio lessico ma principalmente in accordo con la societ, certo che l'arte "non si rivolga solo ad una stretta cerchia di persone, ma che riguardi l'intera societ e tutti i suoi prodotti" (per citare nuovamente Cambellotti) ma che principalmente abbia il compito di stupire, di trasgredire, di far emergere altre realt, valori altri che quotidianamente tacciamo spudoratamente. Cos, parallelamente alle innumerevoli botteghe-laboratorio che svolgono la loro attivit in una Roma vaga e non eccessivamente recettiva per questa forma d'artigianato, si sono andate a formare alcune realtà di ricerca e di innovazione nel campo orafo. E non parlo di artisti che, pi o meno occasionalmente, disegnano gioielli, ma di giovani che intendono con questo mezzo espressivo realizzare il loro intento artistico. Sono orafi-artisti che sorretti solo dalla loro volont, stanno minando la secolare tradizione orafa con un uso anche di materiali non nobili quali plastiche, gomme, vetro ecc, con una diversa concezione del gioiello. Gioiello come scultura corporea, come un "non-senso", come caducit, come atemporalit. Gioiello non pi indossato come stato simbolo ma come mezzo di comunicazione, come messaggio, ora ironico ora serio, di un sentire emozioni, privazioni, amori e angosce contemporanee. A questi giovani mi rivolgo, io che da sempre ho cercato di trasmettere nel gioiello me stesso; segnando, con il mio lessico su oro e argento, momenti della mia personale ricerca, della mia maturit artistica, esortandoli a non vergognarsi mai della propria curiosit, di rimanere bambini nel meravigliarsi, nel godere di piccole grandi cose e stimolandoli ad uscire dai propri laboratori, guardando oltre. Viaggiare per conoscere altre realt, altri modi di fare. Associarsi per confrontarsi, stringere amicizie, rapportarsi con artist i stranieri. Da alcuni anni a Roma si aperta una galleria d'arte orafa dove orafi artisti espongono i loro pezzi. La galleria si chiama Alternatives ed gestita da una coppia di giovani orafi. La loro attivit, validissima sul piano culturale, coinvolge orafi-artisti nazionale e internazionali. Inoltre si fondata, proprio da pochissimi giorni, a Trieste l'Associazione Gioiello Contemporaneo con l'intento di raccogliere iscritti tra gli orafi-artisti italiani, per potersi rapportare con le molteplici analoghe associazioni straniere. Sono sicuro che soltanto attraverso iniziative come quelle che si stanno portando avanti, in stretto contatto con la CNA, ringraziando vivamente il fattivo contributo e l'estremo interesse della CCIAA verso i nostro settore, augurandoci che anche da parte dell'Universit si possa aprire un dialogo costruttivo, sono sicuro che l'artigiano orafo, e con lui il suo vertice, l'orafo-artista, potr mantenere vivo il proprio ruolo, ricco di tradizione e di saper fare. Sia sul piano artigianale sia sul piano commerciale l'orafo, per emergere deve differenziare e non imitare i prodotti industriali, andandosi cos a collocare in quella nicchia di mercato che non teme concorrenze.
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