SCHMUCK 2007 Raccontato da Ramón Puig Cuyàs

L'object qui parle…Una ipotesi sulla gioielleria contemporanea

Penso che l'arte sia il riflesso della vita, una manifestazione della vita dell'artista, e per questo non si puó giudicare la vita degli altri. Possiamo peró capire il suo lavoro o no, ci puó emozionare o no, possiamo identificarci o stabilire una complicità intima con l'artista attraverso la sua opera o no, possiamo reinterpretarla o proiettare le nostre idee nella sua opera, oppure ci può lasciare indifferente. Peró non possiamo giudicare la sua vita, la sua opera, il suo lavoro.
Possiamo spiegare quello che sentiamo o come interpretiamo un'opera se le parole lo permettono. Possiamo cercare di spiegare la nostra visione su cosa l'opera produce in noi, peró questo sarà sempre una ri-creazione, una partecipazione attiva più che un giudizio.

Come professore di progetti di gioielleria (oreficeria) della Scuola Massana, mi vedo obbligato nel ruolo di giudice del lavoro degli studenti, e accetto questo impegno perché una scuola d'arte è un mondo differente, è un altro mondo, è come una parentesi, è uno spazio di iniziazione. La relazione tra professore e alunno è molto speciale e molto differente da quella che si crea tra un creatore e lo spettatore della sua opera. In qualche modo, il professore partecipa anche al processo creativo dell'alunno, stimolandolo, consigliandolo, e soprattutto mettendogli dei dubbi, facendogli domande que stimolino il suo processo creativo. Il professore partecipa alle scoperte e novità che fa l'alunno come se fossero sue. Però per me è importante che l'influenza del professore non si veda, che non si noti nel linguaggio e nelle forme che usano i suoi alunni, deve stimolare e deve obbligare ognuno di esprimersi in maniera personale e originale, anche se non potrà evitare di lasciare l'impronta nel suo modo di pensare, nel suo modo di concepire il mondo della creazione.
Uno dei miei principali obiettivi come professore è riuscire a stimolare il senso critico come se fosse uno strumento intimo e personale di lavoro, stimolare la capacità di autocritica dell'alunno. Sento che il mio lavoro come professore finisce quando l'alunno ha acquisito la capacità di valorare e riflettere sulla propria opera e di conseguenza sulla propria vita. L'alunno è l'unico che lo può fare, gli altri non lo posso fare per lui. Finisce di essere alunno quando si sente razionalmente sicuro del proprio criterio, quando è indipendente e sa valorizzare il proprio lavoro creativo senza ascoltare le opinioni degli altri. Ai miei alunni dico sempre che dentro la scuola avranno la mia opinione critica sul loro lavoro, però fuori della porta non mi azzarderó mai a giudicare la loro opera, potrò sì dare un'opinione, ma mai giudicare.

Inoltre gli ricordo sempre che devono avere un'attitudine scettica di fronte ai propri criteri, quello che a loro pare chiaro, domani non lo è. Il passare del tempo, la distanza dall'opinione e dal giudizio, le nuove esperienze, lo stato d'animo o d'interesse, fanno cambiare i punti di vista.
Consiglio loro di introdurre una dose di provvisorietà alle proprie opinioni. Dico loro che devono essere sicuri sensatamente, perché la certezza fissa e sicura è la morte dell'artista. I dubbi sono l'autentica energia che ci impulsa a creare, a cercare una nuova risposta precisa ed esatta attraverso la nostra creazione, ma che alla fine ci amplieranno l'orizzonte dell'incertezza, dell'ipotesi.

Altre volte, ho organizzato esposizioni o mi è stato chiesto di fare la selezione delle opere per una esposizione, come ora per Schmuck, e per questo mi sono visto nella necessità di decidere e scegliere quali lavori devono rimanere in una esposizione. Altre volte, io stesso sono stato oggetto di selezione. Mi rimane peró sempre la sensazione che durante la selezione c'è un grado di aleatorietà, di soggettività, di casualità che si deve accettare.

Qualcuno disse che selezionare è anche un modo di creare, e la creazione è un'attività che non appartiene precisamente al mondo dell'assoluto.
Pensiamo ad esempio al nuovo Museo Etnografico del Quai de Brainly a Parigi che ho visitato poche settimane fa. La selezione, il modo, la disposizione e l'esposizione degli oggetti, i percorsi che può fare il visitatore, mi hanno dato una sensazione di stare più vicino all'opera d'arte, più vicino all'installazione artistica, rispetto a quelle installazioni fatte con criteri scientifici (e sicuramente anche questa li ha). Uno degli elementi più importanti dell'edificio è un immenso cilindro di cristallo che attraversa, dal basso verso l'alto, tutti i piani dell'edificio, come un 'Axis Mundi' come un'immensa colonna di Brancusi, al cui interno, come se fosse un magazzino, si possono vedere nella penombra come dormendo, migliaia di strumenti musicali di tutto il mondo e di tutti i tipi.
Impressionante. Per me era come vedere una grande metafora di quanto è diverso e complesso il nostro mondo. Come un grande omaggio alla capacità creativa dell'essere umano, ed anche come un silenzioso ma eloquente omaggio alle mani dell'uomo, necessarie per costruire queste migliaia di strumenti ed anche per farli suonare. Anche se ho percepito un lato oscuro.
Vi racconto questa esperienza a Parigi perchè il magnifico cilindro di cristallo fa anche vedere le infinite possibilità delle diverse selezioni, delle diverse esposizioni che potenzialmente si sarebbero potute fare.

Come scrissi nel catalogo dell'esposizione Schmuck 2007, per scegliere e selezionare i lavori per un'esposizione è importante avere presente i criteri, la conclusione teorica che deve essere dimostrata attraverso le opere esposte. E' necessario avere una tesi di selezione, di scelta e di filtro delle opere in modo da avere una selezione che sia coerente ed efficace nella trasferimento delle informazioni. Normalmente, in questi casi, per prima cosa si hanno i criteri, poi si cercano le opere più idonee che si adattano meglio alla tesi proposta. Né molte né poche. Un eccesso d'opera stanca il visitatore, diluisce e attenua l'effetto che si vuole conseguire, il discorso si fa ripetitivo. Poche opere, il discorso dell'esposizione puó rimanere incompleto. Bisogna saper misurare la quantità di oggetti.
Non sempre le mostre sono la manifestazione di una tesi, di una conclusione, o per lo meno di una conclusione definitiva. Ci sono selezioni che si fanno a partire da un'ipotesi, da una possibilità, da un'intuizione: in questo caso è meglio una proposta aperta in modo che lo spettatore tragga le sue conclusioni.

'Schmuck' è una mostra aperta alla partecipazione, si presentano tutti quelli che pensano che hanno qualcosa di nuovo da dire, da mostrare, da trasmettere con il proprio lavoro. Non c'è una selezione previa, e quindi non può essere una esposizione basata su una tesi.
E' perció un'esposizione di ipotesi.
Per selezionare più di quattrocento creatori che si sono presentati quest'anno per la mostra 'Schmuck', c'era bisogno di stabilire dei criteri, è evidente. Dei criteri che non possono uscire dalla soggettività del selezionatore. Però Schmuck non è una mostra di tesi. Nonostante, come ho detto, l'azione dello scegliere è una forma simile alla creazione, penso che questa mostra non doveva essere un'esposizione di autore e di selezionatore, bensí di autori, dell'insieme di autori che espongono i loro lavori.

Penso che 'Schmuck' è una mostra che attraverso la diversità e le diverse sensibilità degli artisti, ogni anno mostra lo 'stato della questione'. La questione di una gioielleria (oreficeria) in particolare, quella che vuole partecipare nei valori universali dell'arte e della creazione, quella che è lontana dalle mode, dalle forme stereotipe e decorative.

Il mio unico criterio è stato che la selezione doveva mostrare la realtà dei diversi linguaggi personali, delle varie strategie individuali o collettive, ma senza un pregiudizio. Mi sono lasciato andare intuitivamente per trovare una relazione tra i gioielli, stabilire paralleli e analogie, contrasti e differenze. Immaginare un insieme di opere diverse ma strutturato intorno al dialogo che nasce fra loro. Subordinare la decisione della possibile relazione fra loro. Come comporre una sinfonia, dove ogni opera apporta un suono armonico o discorde rispetto agli altri. A questo proposito, devo ringraziare Caroline von Steinau-Steinrück perchè ha capito questa idea molto bene al momento di disegnare l'esposizione. Nella forma di raggruppare e distribuire i gioielli nelle vetrine credo che riuscì a creare un dialogo tra i pezzi, a mostrare il parallelismo e le analogie, i contrasti e le differenze in modo che fosse possibile fare un'esposizione diversa e omogenea allo stesso tempo.

Un'ipotesi è un'intuizione, una risposta provvisoria con la quale si può iniziare a lavorare per arrivare per arrivare a una tesi, a una conclusione. Per cui sarebbe bene che, attraverso l'insieme delle opere selezionate, forse potremo determinare qualche conclusione, anche se sarebbe meglio se ci stimolasse per formulare nuove ipotesi di lavoro. Ipotesi che stimolino gli orafi a continuare a lavorare con forze rinnovate, e stabilire nuove complicità tra i creatori e gli spettatori, e i potenziali portatori di gioielli.

Non so se la gioielleria (oreficeria) artistica è un'arte con sufficiente influenza per poter modificare la realtà sociale. Penso di no, anche se il mio desiderio è che le nuove ipotesi di gioielleria artistica stiano puntando verso un orizzonte, quello della gioielleria, cioè quello di un'arte impegnata con la realtà che ci circonda, sensibile ai cambi culturali della società corrente, lontana dalla banalità e dalle forme vuote e decorative nelle quali è molto facile cadere. Al contrario di tutto quello che è stato detto sul pensiero della post-modernità, credo che tutto non valga.
Negli anni ottanta, il critico inglese Peter Dormer scrisse in vari articoli e con tono autorevole, che la gioielleria contemporanea non doveva dimenticare lo status di arte servizievole, che l'oreficeria è un'arte applicata al servizio dei capricci e dei gusti della gente, e che l'orafo si deve preoccupare solo di fare oggetti estetici che la gente vuole indossare solo per il piacere personale, e quindi di non dedicarsi a fare stranezze.
La verità è che probabilmente è una buona idea per alcune persone, però penso che ci sono troppe persone occupate a fabbricare questo tipo di oggetti banali. Sono però d'accordo su una cosa,) e cioè che bisogna fare oggetti che si vogliono indossare per il piacere, un piacere che sorge dal sentimento e non dall'estetica. Penso che la maggioranza degli orafi presenti in questa mostra, vogliano provocare questo piacere riempendo i gioielli di significati multipli, e dando non necessariamente un significato narrativo, che qualcuno ce l'ha, bensì un significato attraverso la forma e l'organizzazione della materia. Ogni opera nasce da un'esperienza unica di libertà intima e personale, e che dovrebbe essere condivisa dalla persona che la indossa, non come un'azione superficiale bensì come un atto carico di significato, un atto carico di complicità.

Qualche giorno fa sono stato in un altro museo, sono stato invitato a visitare il Museo Etnografico di Castilla y León, nella città di Zamora in Spagna. Qui hanno una spettacolare collezione di più di otto mille pezzi di gioielleria tradizionale proveniente dalla zona nord-ovest della Spagna. La maggior parte dei pezzi sono del secolo diciottesimo e diciannovesimo, alcuni degli inizi del ventesimo, altri più antiche, con disegno molto tradizionale, con connessioni culturali provenienti dal mediterraneo orientale, e con piccole varianti di disegno locale o provocate dalla moda.
Non sono ciò che si considerano opere d'arte, peró tutti davano la sensazione, anche se rinchiuse nella vetrina del museo, che nel loro tempo, non molto lontano, in quelle regioni isolate, l'atto di indossarli non era un atto banale, superficiale, bensì un atto carico di molto significato, un significato primordiale, trascendentale, di riaffermazione di identità e di appartenenza.
Il museo ha chiamato la collezione con l'eloquente titolo "La bellezza che protegge".
La domanda è: la bellezza ha qualità protettive? o è la funzione, la funzione magica e simbolica che la fa bella? Io sono indeciso, non so quale delle due ipotesi è la più vera. Probabilmente le due sono inseparabili.

Allo stesso modo di questi gioielli tradizionali, mi piacerebbe che la gioielleria che partecipa nei valori universali dell'arte, partecipasse anche in questo mondo della magia, che è in definitiva il mondo dello spirituale, dell'inesplicabile, dell'indefinibile, il cui linguaggio universale è la poesia.
Una poesia che faccia in modo che la gioielleria artistica continui ad essere carica di significato come lo erano i gioielli tradizionali. Una gioielleria poetica che conecta con la vita quotidiana e qui parla…..

Questo e il mio desiderio e la mia ipótesis per il goiello contemporaneo.

Molte grazie.

Ramon Puig Cuyàs.
Traducción de Alessia Smeraro.








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